giovedì 10 novembre 2011

Buongiorno...

11- 11- 11
UNDICI NOVEMBRE DUEMILAUNDICI

Nella smorfia napoletana il numero 11 indica “’E suricille”, cioè i topolini, topini o sorcini nati da una madre topona detta in napoletano anche zoccola: Da cui “figlio ‘e zoccola”, in senso offensivo per indicare un uomo furbo che, pur di procurare un grosso benessere a se stesso,ed anche alla sua famiglia, non disdegna di procurare danneggiamenti morali e materiali alla società civile nella quale vive, naturalmente da incivile.  Da notare che il numero 10 indica, sempre a Napoli, Maradona, il grande giocatore che fece parlare di se e della squadra di calcio della città partenopea per molti anni. Nel calcio, il numero undici, unitamente al sette, costituisce le ali che fanno volare la fantasia dei tifosi di calcio, specialmente nelle competizioni nazionali ed internazionali. Ma lo sapete quali sono gli undici in campo per la smorfia napoletana? Eccoli! 1 – l’Italia, o la patria;  2 – ‘A piccerella o la bambina; 3 – ‘A jatta o la gatta; 4 – ‘o puorco, il maiale; 5 – ‘A mano o la mano; 6 – Chella ca’ guarda ‘nterra o l’organo sessuale femminile; 7 – ‘O vasetto, il vaso di terracotta che serviva anche per orinare; 8 -  ‘A Maronna o la Madonna; 9 – ‘A figliata, o la prole ( prima molto numerosa); 10 – ‘E fasule o Maradona ( questo grande giocatore, anni addietro fu il pastore più venduto sulle bancarelle di San Gregorio Armeno); 11 – ‘E suricille o sorcini da non confondere coi fans del cantante Renato Zero che, chiamandosi appunto Zero, pur essendo il mio idolo preferito, non può trovare posto nella Smorfia napoletana. Già lo scorso anno, il 10 – 10 -10 , cioè il dieci di ottobre del 2010, dissi che in tutta la mia carriera scolastica (dall’asilo alla pensione) era la prima volta che vedevo tre dieci. Anzi un anno ( oltre mezzo secolo fa), assieme ad un mio compagno di scuola infilammo nel cassetto della maestra un grossa “zoccola”, nella fattispecie genitrice di famiglia numerosa di sorcini. Non appena la maestra aprì il cassetto della scrivania la zoccola saltò fuori dal cassetto e la maestra per poco non saltò fuori dalla finestra, anche perché stavamo al piano terra. Mi arrivarono punizioni da tutte le parti. Meno male che la democrazia era stata instaurata da pochi anni, altrimenti una buona purga di olio di ricino nessuno me l’avrebbe tolta! Oggi la smorfia napoletana ha lasciato il posto al progresso. E’ stata sostituita dal gratta e vinci. Se vince deve ringraziare il n. 46 che indica i soldi, il danaro e quindi la vincita. Se non vince ma si gratta solo deve ringraziare il n.30 ( Trenta ‘e palle d’o tenente). Non è vero ma ci credo. La settimana scorsa una attempata nobildonna in auto, pur di non farsi sbarrare la strada da un gatto nero ha preferito sbattere con l’auto contro un muro. Poi, naturalmente ha imprecato contro il gatto nero che le aveva portato sfortuna. La Protezione animali non è intervenuta, forse perché non sapeva chi dei due difendere. Non con una smorfia, ma con un augurio, vi saluto!!!

Catello Nastro

lunedì 7 novembre 2011

Il viaggio

IL VIAGGIO

Percorreremo sentieri inesplorati,
conosceremo creature mai viste,
affronteremo barriere insormontabili,
nemici nascosti tra le rovine dei bassifondi
col fucile spianato, col colpo in  canna,
pronti a colpire al primo movimento sospetto,
Guardiani corrotti ci segnaleranno
la via per scontrarci col nemico
ed ancora esseri infetti, immondi parassiti,
che guazzano in un pantano di merda,
reggendosi a galla su un salvagente d’oro
costruito con la pelle dei derelitti
e gonfiato col fiato puzzolente
di prezzolati lecchini, come bestie al guinzaglio
pronti ad  ubbidire al padrone.
La Dignità, la Fede, la Solidarietà,
sguainate al vento, pur esso deviato
dall’egoismo dei potenti e dalla pochezza dei corrotti,
saranno i vessilli issati su deboli canne
di fiume incontaminato, dalle acque limpide
e dalla corrente continua ed inesauribile,
ci condurranno alla pacifica vittoria finale.

Catello Nastro


domenica 6 novembre 2011

Dal settimanale UNICO di Paestum


NOBILI E NUBILI

Esistono pure nel Cilento

Essere nobile significa avere dei titoli nobiliari, essere nubili, sovente, significa avere dei titoli in banca oppure alla posta. Ai nobili, spesso, manca il lavoro che contrasterebbe col titolo ereditato con tanto di guiderdone. Alle nubili, spesso, manca un consorte per vari motivi: 1) perché odiano gli uomini e quindi il matrimonio e quindi la vita a due. O anche perché non sono tanto attraenti e quindi non richieste sul mercato matrimoniale. Ma a questo si può facilmente ovviare. Oggi esistono degli istituti di bellezza che dopo un paio di mesi di trattamento al corpo (ed al conto in banca) ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Persino la carta di identità bisogna cambiare altrimenti alla frontiera, quando vai in crociera, non ti fanno passare. Prima del trattamento sulla nave da crociera dei vip non ti facevano nemmeno salire che potevi disturbare anche i pesci…del mare. Silicone botulino, rossetto, ombretto, ceretta e chi più ne ha più ne metta, quando ti guardavi allo specchio quasi quasi esclamavi:”aspettate che chiamo la governante””. Tacchi a spillo, seni prorompenti in evidenza, capelli  indorati, labbra o occhi rifatti, con una sola crociera potevi consumare tutto quello che non avevi fatto in quarantasei anni di miserabile esistenza terrena da donna zitella e per di più racchia.. Ma per il nobile è diverso. Quando va in crociera e si presenta: onorato, conte Antonio Rugazzo, nobiluomo di Spinazzo, nessuno se ne frega, Maggiore interesse ( interessato) se lascia una mancia da cento euro al cameriere. All’ora di cena si trova attorniato da una mezza dozzina di operatrici notturne inghirlandate come un albero di Natale alla vigilia della festa prima che arrivano i nipotini per il cenone di mezzanotte.  E quando mette mano alla cinghia, come in mezzogiorno di fuoco, le astanti, pensando che sta prendendo il portafogli  gonfio come un occhio che ha appena ricevuto un pugno a cento all’ora, gli si buttano addosso. Ma non appena si accorgono che ha cacciato fuori solo un miserabile quadrato di cotone, volgarmente chiamato fazzoletto, si afflosciano deluse ( non piangono per non far squagliare l’ombretto) si allontanano verso un altro tavolo dove siede un grosso allevatore di vacche della pianura padana che come le vede si sente come stesse  a casa sua. Essere nobili è comunque un privilegio. Conti, baroni e marchesi rappresentano un  poco il passato, come pure certe nubili che sembrano stare in piedi grazie al collant ed ai collanti. Sia ben chiaro che i nobili e le nubili  non mi sono per niente antipatici e forse…nemmeno simpatici. Indifferenti insomma. Specialmente da quando, per fare più in fretta, gli americani, mi sembra, hanno inventato un nuovo termine che può indicare sia i nobili che le nubili: i single. Quando due single formano una coppia, questa può  essere di tre tipi: tipi A, la classica, fatta da un uomo ed una donna, tipo b, fatta da due donne, tipo c fatta da due uomini. Molti anni fa, a Torino, fui invitato ad una festa di unione di  facenti parte della casistica sopra citata del tipo C. Ma d’altro canto Iddio ha predicato l’amore. Questo sarà un amore “diverso” ma sempre amore è! I tempi sono cambiati: Ma anche i single pagano le tasse. Come le pagano tutti. O quasi…

Catello Nastro

PUBBLICATO SUL N. 40  DEL   5. XI. 2011 
DI “UNICO” SETTIMANALE”  DI PAESTUM

domenica 30 ottobre 2011

Ama il prossimo tuo...

LA CAREZZA DELLA SOLIDARIETA’

Venerdì 28 ottobre 2011, telegiornale serale. Ancora immagini del disastro in Liguria. Terrazzamenti, ma non speculazione edilizia, dice  l’onorevole intervistato. E forse ha ragione. La Liguria rispetta – salvo qualche sporadica eccezione – l’integrità del paesaggio perchè ha capito che il turismo è un insieme di interventi che non prevedono la speculazione. Di nessun genere. Figuriamoci quella edilizia. Eppure una forte pioggia caduta in poco tempo ha creato un disastro, con morti, feriti, case e negozi distrutti, strade che sembravano torrenti in piena, gente che piangeva. Immagini terribili che forse non avremmo voluto vedere per l’atrocità e l’impotenza della popolazione – specialmente gli anziani – a reagire. Una rapidità che non ha dato modo di trovare scampo. Un nubifragio annunciato, ma non di quella portata. Le riprese televisive sono varie, ma quasi tutte della stessa serie: allagamenti, strade come fiumi in piena, porte e finestre sfondate, muri crepati, case distrutte ed intere famiglie in cerca di salvezza. Ma in tutto questo dramma, arrivato in pochi minuti, ma chissà in quanto tempo sanato, c’è stata una parentesi che mi ha colpito molto. Una vecchietta –avrà avuto ottanta o novanta anni – distesa su una barella, con lo sguardo nel vuoto e nel dramma, veniva tirata fuori di casa e portata all’esterno per essere trasportata al più vicino ospedale per l’assistenza immediata e per le cure del caso. Vicino a lei un volontario della Protezione Civile. Non so di quale gruppo, di quale paese, di quale associazione. Un uomo alto, normale, quaranta anni o forse cinquanta – con un sorriso accarezza le guance della sfortunata donna che a quella età deve notare, vivere e sopportare una catastrofe naturale, forse la peggiore della sua ultraottuagenaria vita. L’uomo continua ad accarezzarle le guance, l’anziana donna volge lo sguardo verso di lui, quasi per ringraziarlo di quello che ha fatto. Una carezza. Una semplice carezza fatta ad una donna anziana, malata, in barella, in una situazione drammatica per colpe atmosferiche. Eppure in quelle semplici carezze, di un semplice volontario della Protezione Civile, non so di quale paese, ma poco interessa, ci sta, evidente, tutto il significato di una parola che molta gente ha dimenticato: la Solidarietà. Essa non ha età, sesso, religione, partito politico, nazionalità, condizione sociale. La Solidarietà è forse la cosa più pura che esiste in una società non sempre lodevole per il suo operato. Una società definita “di merda”, ma che non può essere generalizzata. In quella carezza ho visto la carezza di Cristo sceso tra gli alluvionati, per portare una parola di conforto, un aiuto materiale che non costa niente e che non è retribuito. Una carazza ad una anziana nella sofferenza e nella disperazione. Una carezza di un uomo qualsiasi, del nord o del sud, che vota Bossi, Bersani o Berlusconi, che crede in Cristo o in Maometto o in Budda, che è laureato o ha solo la terza media, che vive in una villa o nelle case popolari. Questa è la carezza della Solidarietà: è la carezza di Dio.

Catello Nastro

domenica 23 ottobre 2011

L'articolo della settimana di Catello Nastro

DALLA PIRAMIDE AL GRATTACIELO

Circa cinquanta secoli fa, ovverosia cinquemila anni, nel deserto del nord Africa, avvennero i primi esempi di  speculazione edilizia, oltraggio al paesaggio, impatto ecologico e chi più ne ha più ne metta. Uno dei primi speculatori dell’edilizia, per aver costruito una piramide, fu addirittura divinizzato. Non pensi il lettore che l’autore di questo articolo, pur avendo scritto la sua tesi di laurea,  nel 1968, il famoso anno della contestazione giovanile, sulle “Origini artistiche del Duomo di San Matteo a Salerno: pittura, scultura ed architettura”, voglia tenere una lezione di architettura. Per l’amor di Dio! Sarebbe un compito troppo gravoso e troppo…serio! E’ passato quasi mezzo secolo e seguendo la mia indole semi-seria nella scrittura, un articolo impegnato non sarei proprio capace di scriverlo. Oramai mi occupo di…frivolezze letterarie. Pensate che il mio prossimo libercolo si intitola “ La poesia umoristica ed erotica cilentana”. Ragion per cui anche la piramide ed il grattacielo, a mio avviso potrebbero assurgere a simbologia architettonica dell’organo sessuale femminile e di quello maschile. Ma veniamo subito al primo quesito: la piramide costituisce il primo esempio di speculazione edilizia della storia?  A dire la verità rispondere sarebbe cosa molto ardua anche perché lo scrivente, pur essendo vecchio a quei tempi non era ancora nato. Dopo la prima piramide ne furono costruite alcune altre. Fortunatamente il deserto era immenso ed era…deserto. Gli unici ad approvare la variante al piano regolatore del deserto furono i cani. I miei lettori, gente di cultura, chiaramente sanno che i cani fanno la pipì o vicino ad un albero o vicino ad un muro. Cercare un’oasi era difficile. Prima di arrivarci se la facevano sotto. Per loro fortuna nel deserto non c’era acqua e quindi non potendo bere non potevano nemmeno orinare. Ma da quando furono costruite le piramidi chiesero pure in parlamento (quello egizio, naturalmente!) la costruzione di pozzi artesiani nel deserto per dissetarsi. Quando lo seppe l’onorevole gridò:” I pozzi???Siete pazzi!” Solo dopo secoli furono accontentati. Tutti si interessarono ai pozzi. Ma non d’acqua ma di petrolio…  I pozzi di petrolio dissetano i ricchi mentre i poveri fanno una vita da…cani. I cani decisero di fare un ricorso all’ONU, ma ebbero la sfortuna di trovare come presidente l’onorevole Cammello che rigettò la petizione affermando che loro avevano una gobba piena d’acqua ed anche i cani si potevano costruire una specie di ernia sotto la coda in maniera da portare una grossa riserva d’acqua in maniera tale da dissetarsi per un lungo viaggio nel deserto. Anche la faraona, moglie del faraone, protestò perché i cani per dissetarsi si bevevano le uova che loro nascondevano sotto la sabbia calda per farle schiudere col calore del sole. Il presidente dell’ACI, associazione cani internazionali, l’onorevole Gengiskan, cercò di difendere la categoria, ma non appena vide un gatto nero che gli attraversava il corridoio del grattacielo, si grattò le pa…pebre con la zampa sinistra, per motivi politici e poi presentò una mozione di sfiducia al gattOnu. Adesso hanno costruito i canili, che sono una specie di hotel a una stella per cani randagi, liberi, senza padrone, che non camminano a destra della strada, alla sinistra e nemmeno al centro. Ma anche costoro sono costretti ad essere vittime della speculazione edilizia. Vivono in piccolissimi spazi, mangiano poco e bevono solo quando lo dice il padrone. Vivono all’aperto per paura che il padrone faccia speculazione edilizia. Molti rimpiangono i tempi dei faraoni quando addirittura avevano maggior rispetto di certi esseri umani. Il deserto, il grattacielo, il canile bestiale diventeranno piramidi fra cinquemila anni??? Non lo so anche perché non sarò molto longevo da arrivare a quell’epoca. Rispettiamo il paesaggio, amiamo la natura, una casa per tutti (anche se piccola), sia per gli umani che per i cani, le piramidi ci sono e ce le teniamo, i grattacieli pure, ma cerchiamo di rispettare la natura. Prima che diventi un deserto…magari senza piramidi.

Catello Nastro

PUBBLICATO SUL  N° 38 DEL 22 OTTOBRE 2011
di “UNICO SETTIMANALE" DI PAESTUM

venerdì 21 ottobre 2011

Castellammare di Stabia - Agropoli

21 0TT0BRE 1951 -  21 OTTOBRE 2011
DA 60 ANNI CILENTANO

Avevo appena dieci anni, il 21 ottobre del 1951, quando giunsi con la famiglia ad Agropoli, in  Via S.Marco dove mio padre, buon’anima, impiantò un caseificio dove le mozzarelle si facevano solo con latte e caglio naturale, senza uso di prodotti chimici. Anche perché a quei tempi non ce n’erano. La quinta elementare, le medie, il ginnasio, il liceo classico e poi l’Università (come pendolare) a Napoli presso la Federico II, sul Rettifilo. Quanti ricordi! Ma i miei lettori su supporto cartaceo o su internet li conoscono tutti. Ad Agropoli mi sono trovato bene, anzi benissimo. Emigrato nel 1968 per insegnare in Piemonte non ho mai tagliato il cordone ombelicale che mi legava al caro paese cilentano. Ed anche in questa dozzina d’anni di emigrazione ho fatto il pendolare. Ritornato dal Piemonte ho ripreso le vecchie amicizie che continuano ancora oggi, a 70 anni. Rimpianti??? Nessuno!!! Ho cercato di fare la mia parte. Se qualche volta ho sbagliato, l’ho sempre fatto in buona fede. Sono sereno e di questo rimango contento. La serenità è stata una delle ultime conquiste della mia esistenza terrena. La Fede la prima. La solidarietà la seconda. Buona vita a tutti!!!

Catello Nastro.
http://www.catellonastro.it/

sabato 15 ottobre 2011

Ma che scrivo a fare???

MA CHE SCRIVO A FARE ???


Spesso e sempre con motivazioni diverse, mi pongo questa amletica domanda.  Non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire…Un antico proverbio che fa – o quasi – al mio caso. Nella società contemporanea esistono persone di vario genere. Ci sta chi si dedica alla politica, qualche volta non per aiutare la nazione, ma i parenti, amici, elettori e similari che nell’antica Roma chiamavano “clientes”. Ci sta pure chi si dedica alla malavita,  strafottendosene altamente della morale cristiana ed anche umana, calpestando sovente esseri innocenti che non conosce nemmeno. Ci sono anche i fabbricanti del terrore, quelli del crimine, quelli della violenza, quelli dello sfruttamento illecito della persona fisica e morale altrui, quelli che scrivono…Cosa scrivono si sa perché si può facilmente leggere sui giornali, nelle riviste, nei libri ed infine su internet. Le mie foto su internet non superano la mezza dozzina. Le mie poesie superano oramai le mille, i miei articoli, di vario genere, superano i diecimila. Ma che scrivo a fare? Diciamo subito che non posso più scrivere a mano perché in seguito ad una  degenerazione dovuta all’età, denominata tecnicamente “tremore essenziale senile”, ma mi rimane il computer. Ne possiedo ben quattro. Due di ultima generazione e due piuttosto obsoleti. Soffro di incontinenza compositiva.  Quando mi viene qualcosa in mente mi devo affrettare al computer e creare il “file”. Ma io scrivo e basta. Oramai sono anziano, settantenne, volgarmente chiamato nonno, sono pensionato con moglie, figli e nipoti, ma riesco ancora ad occupare il mio tempo libero scrivendo. Scrivere, a meno che non si facciano nomi ed accuse specifiche, non costituisce un reato. Miei amici e coetanei si danno ancora da fare per accumulare enormi quantità di euro in banche o investimenti mobiliari o immobiliari, da lasciare, una volta defunti, agli eredi, la cui fruizione è senza dubbio discutibile. Tanto non si tratta di soldi accumulati col sacrificio della loro fronte o almeno della fronte dell’avo trapassato ad altra vita ( si fa per dire!!!). Dimenticavo di aggiungere che scrivo anche poesie. Qualcuna ha fatto commuovere la giurìa che ha ritenuto (bontà sua!) assegnarmi un premio consistente, solo simbolicamente, si capisce. C’è stata anche qualche altra giurìa che si è addirittura scandalizzata nel leggere una mia composizione in vernacolo napoletano dal linguaggio piuttosto grasso. Non è che lo scrivente voglia imitare Totò, Salvatore Di Giacomo o Ferdinando Russo. Ma alcuni vocaboli napoletani in linguaggio grasso, ritenuti da giurie bigotte “volgari”, non possono essere sostituiti da sinonimi. Ne perderebbe la dignità partenopea. Giunti a questo punto è giusto che il lettore sappia che ho studiato l’italiano, il latino, il greco ed il francese, ma amo scrivere anche in vernacolo napoletano e dialetto cilentano anche se con qualche imperfezione. Il dialetto piemontese, regione nella quale sono vissuto per circa tre lustri, mi è risultato sempre ostico, ragion per cui di tale dialetto nordico ricordo solo qualche parola o per meglio dire qualche parolaccia che, al contrario, in dialetto napoletano acquista dignità letteraria. Un altro motivo per cui scrivo spesso è perché guardo poco la TV. Ci sono certi programmi interessanti, ma ce ne sono anche alcuni che fanno venire il voltastomaco e l’unico canale che ti viene in mente è il canale di scarico del cesso. Scrivere per me è comunicare. Tutti possono leggere i miei articoli su supporto cartaceo o informatico e, magari, commentarli pure, positivamente o negativamente. Quelli positivi, per fortuna, superano l’ottanta per cento del totale. Scrivere è catarsi, è come liberarsi di qualcosa che tieni dentro da tempo e che finalmente riesci ad esternare. Qualche maligno, a questo punto, potrà pensare che è un poco come andare in bagno. Ma la libertà di… espressione è in ambedue i casi! Qualcuno avrà in eredità libretti postali o bancari. I miei eredi si dovranno accontentare di libretti di poesie e racconti… Non ho mai rubato poesie o racconti di altri, perché la fantasia è ancora ricca. Se lo fosse il conto in banca, secondo alcuni, sarebbe meglio. Ma io non mi lamento. Con la pensione di impiegato statale riesco a sopravvivere. Mangio di meno, cammino di più, come peso sono sceso da sopra i 110, sotto gli 80. Solo come età sono aumentato e di questo ringrazio Iddio ed lo auguro a tutti i miei pazienti, affezionati e…rari lettori. Arrivederci al prossimo articolo…determinativo!

Catello Nastro
PUBBLICATO SUL N° 37 DEL 15 OTTOBRE 2011
DI “UNICO SETTIMANALE” DI PAESTUM